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GLINCOLTI
Nel marasma generale di gruppi emergenti che suonano, registrano e puntualmente si assicurano di farmi avere una copia della loro ultima fatica, ascoltare un disco come questo è un piacere, anzi una manna. Sto parlando de Glincolti, la cui miscela letale di funk, prog e fusion jazz è una continua sorpresa ed una prova di coraggio, non solo per la scelta acustica che non prevede una voce portante, ma soprattutto per il genere musicale di riferimento che ormai da anni- almeno nel nostro paese- non ha grossi artisti di riferimento su cui contare per un po’ di sana promozione commerciale.
13 tracce a volte molto affini, altre molto discontinue. Si apre con alcuni brani che riecheggiano atmosfere degne della Premiata Forneria, con i loro controtempi di batteria e gli innesti di basso che ti fanno muovere il piedino; poi esplode il funky, con brani come “Hutchinson” che ti trascinano nella memoria in inseguimenti del migliore Thomas Milian –aka “er monnezza”- in un vecchio film degli anni ’70. Ma gli Oliver Onions non sono che uno dei rimandi possibili di questo disco: la miglior stagione del funky è interpellabile, dai Kool and the Gang agli Earth wind and fire.
E poi c’è tutt’altra sonorità: “Sud America” latineggia parecchio, costringendomi ad andare a rispolverare la vecchia “Samba pa ti” di Carlito Santana; “Colpetti” ha il gusto retrò e le distorsioni di un film di Argento, ed i suoi riff mi ricordano alcuni gran pezzi di Simonetti e dei suoi fantastici Goblin; in “Cavalli di razza” manca solo uno che suoni una giara con le XXX sopra, l’armonica c’è: rockabilly o vecchio country che sia, questo pezzo ti trascina al galoppo, con tanto di pecora campionata nel ritornello, semplicemente geniale.
Tecnicamente un disco di grande spessore: la composizione – a differenza della maggior parte dei gruppi emergenti – è curata e solida, l’esecuzione puntuale ed entusiasmante. Brava la sezione ritmica- estremamente pulita ed efficace la batteria- studiati i riff di chitarra, meravigliosi i fiati di Alessandro Brunetta, i cui innesti rappresentano davvero il valore aggiunto dell’album.
Sarà che è un po’ il mio genere – e lo deve essere, altrimenti un disco così può risultare forse un po’ pesante per via della sua complessità sonora – e che in lavori come questi ci sguazzo come un maialino nel fango, ma consiglio questo disco a chiunque voglia scoprire la differenza tra Musica e musica anche a questo livello, tra composizione armonia e ritmo da un lato, e quattro accordi e due stecche dall’altro.
Provvidenziale.
Stay tuned, stay rock.
- Genre
- ROCK PROG